Galleria

La pulsione di morte

Ogni essere umano biologicamente partecipa di un’origine, si accresce, matura, si nutre, si riproduce e muore; ma tra le varie forme di vita, è l’unico a sapere tutto questo, e in particolare a sapere di nascere e di morire. E’ l’unico a raccontarsi questo attraverso miti,  tradizioni, credenze, arte, ipotesi scientifiche. I greci, ad esempio,  sostenevano che erano due le caratteristiche dell’essere umano e due le cose che lo differenziavano dagli altri esseri viventi: il fatto di essere parlante e mortale. Mortale non significava semplicemente che veniva meno, che si estingueva, ma significava che è l’unico essere che ha coscienza della propria parola e della propria morte e che ci può pensare, anzi che è “obbligato” a pensarci. Essi si rappresentavano l’essere umano, appena nato, come un essere che era soggetto a questa κατά το Κρέων –  secondo necessità – costretto a pensarsi in quanto parlante, pensarsi in quanto mortale. Una questione, quella della coscienza di morire che non colpisce solo e soprattutto i depressi, o magari gli anziani, più vicini alla resa dei conti.

Jankelevich sostiene che di fronte alla morte non ci sono interpretazioni filosofiche che tengano, che l’unica è problematizzala, cioè farne un problema e che questo forse è l’unico problema per l’essere umano. Come meglio intenderlo se non nel senso che è proprio a partire da questo orizzonte – orizzonte di limite di cui non possiamo evitare la consapevolezza, perché in ogni caso ci ritorna in qualche forma – che viene a situarsi ogni altra questione, ogni altro problema, da cui possiamo essere presi nel contesto della nostra vita?

Freud, padre della psicoanalisi, a questo proposito nel 1920, nell’opera Al di là del principio di piacere si interroga nuovamente sul primato finora attribuito al principio di piacere e introduce una pulsione di morte che si contrapporrebbe radicalmente tanto alle pulsioni di autoconservazione quanto a quelle sessuali: Έρως contro θάνατος o principe di morte, rappresenta un elemento di disgregazione che riconduce inesorabilmente l’organico allo stadio inanimato che precede ogni manifestazione del vivente. La pulsione di morte può essere colta sotto forma di aggressività distruttiva tanto nel sadismo quanto nel masochismo. In questo contesto l’Io, si rivela un’istanza inquietante, responsabile tanto delle resistenze ad emergere di pulsioni inconsce quanto, di violenti pulsioni aggressive. Con l’opera l’Io e l’Es risponde, con la costituzione della seconda topica, proprio al tentativo di concettualizzare, oltre il rapporto con la realtà, anche le conflittualità dell’Io all’interno dell’apparato psichico. L’io vi compare come quella parte dell’Es che è stata modificata dalla vicinanza e dall’influsso del mondo esterno. Quindi all’inizio della vita psichica vi sarebbe l’Es, rappresentato come un nucleo vitale, separato dal mondo esterno da una pellicola sensibile, il sistema percettivo. Da questa superficie di contatto, l’Io gradualmente si differenzia e si separa conformandosi come una proiezione psichica della superficie corporea. La percezione, dice Freud, ha per L’io quella funzione dinamica che nell’Es spetta alla pulsione. Quindi Freud, postula una pulsione più radicale delle altre, una tendenza primordiale alla scarica assoluta delle tensioni, un dominio del principio di morte. Le pulsioni di vita rappresentano gli sforzi compiuti dall’Eros per tenere coesa la sostanza vivente aggregandola ad unità sempre più estese, realizzando con ciò una concentrazione energetica; le pulsioni distruttive o di morte invece, sospingono denomicamente ogni sostanza organica a regredire verso la disgregazione inorganica, verso l’inerzia della dispersione energetica. Anche il principio di piacere, in quanto persegue la riduzione della tensione, appare al servizio della pulsione di morte, ma, per dar conto della tendenza all’azzeramento assoluto, Freud deve introdurre un più radicale principio del Nirvana. Nella realtà psichica le pulsioni si presentano sempre composte da due principi di vita e di morte. Anche nella sessualità esiste un legame di forze di vita e di morte. Solo quando le pulsione di morte si separano dalla normale situazione di fusione, è possibile coglierne la carica distruttiva.

In questa direzione lo seguirà M. Klein che però a differenza di Freud, non concepisce le pulsioni di vita e di morte come principi organizzativi dell’organismo biologico, ma in riferimento all’odio e all’amore, che sono fenomeni mentali. Perla Klein esiste un’Io estremamente precoce che, già alla nascita, è capace di provare angoscia, di usare meccanismi di difesa, di stabilire rapporti oggettuali primitivi nella fantasia e nella realtà; a sua volta, conferma tale polarità perché determina gratificazioni e frustrazioni. L’inconscio kleiniano è una dimensione dinamica nella quale preesistono oggetti indipendenti dagli apporti percettivi del mondo esterno. Per fronteggiare l’angoscia della pulsione di morte, in parte viene proiettato verso l’esterno, in parte costituisce una riserva interna di aggressività. L’oggetto esterno (seno), investito della pulsione di morte, diviene un oggetto cattivo e persecutorio. L’impulso sadico di morderlo, che si evidenzia con la dentizione, si trasforma così nella paura speculare di essere divorato. Nel caso che, per difendersi, il neonato metta in atto il meccanismo d’introiezione, sarà invaso dall’angoscia di essere deprivato dai suoi contenuti buoni ad opera di un aggressore interno.La Klein giunge quindi ad attribuire anche alle sensazioni fisiche provenienti dall’interno dell’organismo un valore rappresentativo, come ad esempio nell’ipocondria, in cui ci sarebbero oggetti cattivi persecutori che tormentano l’Io. L’oggetto cattivo, in quanto investito di impulso sadico-orali, viene frammentato in una molteplicità di parti persecutorie. Quella dose di pulsione di morte che era rimasta dentro di sé viene invece convertita in aggressività ed utilizzata come difesa nei confronti dei nemici esterni. Anche la pulsione di vita viene parimenti scissa: la parte proiettata sul seno buono ne fa un oggetto ideale, quella rimasta in sé viene invece utilizzata per stabilire il rapporto amoroso.

Winnicott, rifancendosi al concetto di pulsione di morte della Klein, sostiene che questo può essere descritto come una riasserzione del principio del peccato originale. Sono necessarie opportunità ambientali sufficientemente buone nei primissimi periodi della vita perché l’individuo deve far fronte all’immenso sgomento della perdita di onnipotenza. O gli individui vivono creativamente e trovano che la vita vale la pena di essere vissuta, o non possono vivere in maniera creativa e dubitano del valore del vivere. Questa variabile negli esseri umani è direttamente in rapporto alla qualità e alla quantità di opportunità ambientale all’inizio o nelle primissime fasi dell’esperienza di vita di ogni bambino. La creatività è una delle cose che uomini e donne condividono, oppure condividono lo smarrimento della perdita o dell’assenza del vivere creativo. La più estrema formalizzazione della teoria, con una più decisiva virata verso posizioni innatistiche, si avrà negli ultimi anni della sua vita, in particolare con l’idea espressa in “Invidia e gratitudine”, che l’intensità dell’invidia sviluppata dal bambino non ha niente a che vedere con la bontà o meno del comportamento affettivo materno, trattandosi di una quantità innata di distruttività, dovuta  alla pulsione di morte, Thanatos.  Quindi la crescita, come si vede, ha i suoi problemi strettamente connessi alle pulsioni di vita e di morte. I temi della crescita, origini, sviluppo, ripetizione, cambiamento – potrebbero abbracciare, tutto l’arco lungo cui si dispiegano certi punti cruciali del pensiero psicoanalitico. Situazioni in cui gli essere umani fanno esperienze di morte nel corso della loro vita sono molteplici, a partire dall’infanzia in cui si soprattutto si instaura un rapporto fondamentale del bambino con la madre.

Autori come Spitz, ad esempio, ci illustrano le conseguenze che le relazioni madre – bambino insufficienti possono portare. In particolare Spitz osserva casi di bambini privati dalle madri che sono affidati alle cure di altri: in questi casi si arriva ad una carenza totale d’apporto libidico e si osserva come questi bambini, che hanno carenza totale, sono in situazione quasi marasmatica fino ad arrivare al coma (depressione anaclitica); se non c’è nessuno che si prende cura del bambino questo è destabilizzato totalmente. Spitz studia la situazione di bambini ospedalizzati e nota che se essi vengono nutriti in forma anonima, se le cure e il nutrimento vengono loro assicurati come ciò di cui hanno bisogno per il loro sviluppo e non come risposta ad un appello, i neonati rifiutano di farsi ridurre a quel bozzolo di sensazioni ripiegato su se stesso di cui gli psicanalisti e genetisti postulerebbero l’esistenza (i bambini rifiutano il cibo perché non vogliono farsi ridurre ad una cosa tra le altre cose). I neonati si lasciano morire se non si trovano inseriti, attraverso la risposta dell’adulto, che faccia di essi un altro e non un ambiente circostante, in una dimensione che sia capace di trasformare i bisogni in domanda. Quest’aspetto ha a che fare non solo con l’oggetto transazionale, ma  anche con le moderne nevrosi alimentari: anoressia / bulimia.

Quello che importa all’essere umano in rapporto al bisogno, non è che al bisogno venga risposto, ma che il bisogno possa tradursi in domanda, cioè che si possa essere inseriti in uno scambio.

Freud in proposito, ci dice che l’esperienza di soddisfacimento, si avvia quando il bambino ha di nuovo fame: gli viene dato il seno, il latte o chi per lui. Quando però, la volta dopo, lui ha fame e questo seno o questo latte non arriva immediatamente,  anche se arrivasse dopo tre secondi, per tre secondi si fa l’esperienza, assolutamente vitale, dell’angoscia in quanto angoscia o della mancanza in quanto mancanza. Freud lo dice con estrema chiarezza. In questo tempo, fosse anche un attimo, il soggetto fa per la prima volta l’esperienza della morte in quanto angoscia, in quanto mancanza radicale. In quel momento questo essere, per non morire, allucina, immagina. Il seno non me lo avete dato e io me lo faccio da me; ma non basterà, perché fra sei ore morirò di fame; intanto per sei ore godo come un pazzo. E’ fondamentale e ha a che fare con il nesso tra fantasma e realtà. Inoltre la fissazione alla madre può esistere nel bambino anche se questa scompare, anzi la madre rifiutante, o assente, produce più attaccamento della madre quale figura accettante. Le fantasie del bambino poi si legheranno a questo fenomeno. Se comunque la madre che scompare è sostituita bene da un’altra figura il bambino ne sentirà ugualmente la mancanza, ma in maniera minore. La figura del padre è altrettanto importante come quella della madre. Anche la figura paterna dovrebbe avere nella vita di un bambino un sostituto. L’assenza della figura paterna può comportare dei problemi, ad esempio l’incapacità di sentire sensi di colpa che permettono di inquadrarci in una direzione rispetto ad un’altra e alle relative conseguenze. Se dovesse venire a mancare la funzione paterna ci troveremmo a contatto con realtà di tipo psicotico, mentre se la figura paterna fosse a intermittenza ci troveremmo di fronte a realtà di tipo nevrotico. Se una persona si trovasse di fronte alla morte di un padre o di una madre potrebbe avere di fronte a sé il problema dell’altro in quanto mancante o dell’altro in quanto assente. Non è sempre così; i genitori mancano anche quando ci sono. Nell’adolescenza esplodono in parte nuovamente e in parte in  modo rinnovato tutta una serie di agganci di angoscia che il bambino in quanto bambino aveva già provato prima. Agganci di angoscia perché dipendiamo, prima di tutto, in senso esistenziale dall’altro.

Freud  riferendosi alla sua vita, ci illustra, in alcune lettere inviate all’amico Fliess, come la morte del padre lo abbia turbato profondamente: una morte annunciata, ma che coglie del tutto impreparato nei suoi risvolti interiori: “….la morte del vecchio mi ha colpito profondamente… Quando è morto aveva già finito di vivere da un bel po’ di tempo, ma nell’intimo tutto il passato si è ridestato in tale occasione. Ora mi sento veramente privo di radici.” L’interpretazione dei sogni cammina di pari passo con questo duro e arduo lavoro su se stesso. Esperienza faticosa e dolorosa, che come sottolinea Jones nella sua biografia sulla vita di Freud, scaturì in seguito alla morte del padre e solo dopo aver terminato questo testo egli si accorse di tutta la valenza che la morte del padre aveva avuto, fino a definirlo l’avvenimento più importante e la perdita più straziante nella vita di un uomo.  Nelle lettere di quel periodi a Fliess egli ripercorre sul filo del transfert i sentimenti d’ostilità paterna; sentimenti che proietta sull’amico fino a sentirsi paralizzato nello scrivere e nella comunicazione. Se per Freud l’accesso ai propri ricordi infantili sembra coincidere con un vissuto d’estremo disagio, quasi simbolicamente, di morte, per Jung ciò avviene davvero pochi anni prima della sua morte reale.

Bettelheim invece ci illustra una particolare forma di “morte”: l’autismo ( posizione screditata dai più recenti studi su tale sindrome). Ci parla di questo come un blocco nello sviluppo, un potenziale non realizzato. La psicogenesi dell’autismo è individuata attraverso il concetto di situazione estrema. Si tratta di una situazione limite, traumatica, dove l’individuo percepisce la propria vita come esposta ad un rischio mortale, di disintegrazione, in un contesto di totale imprevedibilità e incertezza. Questo stato di cose è l’effetto di una situazione ambientale non affidabile, connotata da un’instabilità di fondo: gli attacchi, le proiezioni e le angosce spropositate di un lattante hanno incontrato una situazione esterna che, anziché smentirle e contestarle, le ha paradossalmente convalidate. Per Bettelheim è infatti possibile, rintracciare in almeno uno dei due genitori il desiderio che il bambino non avrebbe mai dovuto esistere. L’altro non aspetta, non accoglie, non dice sì alla nascita del bambino, ma esprime un rifiuto radicale: dice no! Nega il diritto di esistere producendo quello che Bettelheim definisce come una sorta di “privazione emotiva” estrema. In questa prospettiva nasce il progetto dell’Orthogenic School, struttura in cui viene concesso al soggetto di esprimere completamente la propria aggressività con l’intento di dimostrare che non è dotata di una potenza omicida e che ciò non comporta un mancato riconoscimento o un rifiuto d’amore. Bettelheim ipotizza che tutta la rigidità di cui si corazzano i bambini autistici sia un espediente per non percepire il terrore del nulla che originariamente li aveva invasi; per questo motivo nulla entra e nulla esce da questa corazza.

Sono poi numerosi gli esempi tratti dalla vita quotidiana di ciascuno di noi che ci possono far capire come la morte ci accompagni sempre: la persona che si trova a dover compulsivamente ricontrollare decine di volte, prima di poter tranquillamente dormire, se ha chiuso il rubinetto del gas, perché è tormentata dal dubbio di non averlo fatto, ci negherebbe vigorosamente l’inconscia tentazione di sterminio, o di suicidio che si ravvisa nel fatto che, se deve tornare a chiuderlo, vuol dire che a qualche livello deve anche averlo ogni volta riaperto. L’interessato se ne difende e con la decisa negazione denuncia l’intenzione. Di fronte all’invocata istanza del desiderio, non esita a denunciarne l’apparente, lacerante contraddizione: se costui- o costei – vuole il bene, per sé e per i suoi cari, perché al contempo nel desidera la morte? Su questo piano non c’è proprio modo di uscirne, ed anche il soggetto in questione, di fronte alla domanda, non saprebbe procedere di un passo – posso mai amare e odiare, allo stesso tempo il medesimo oggetto? Le cose non stanno proprio così. L’interessato, in cuor suo sa benissimo di amare ed odiare allo stesso tempo (l’ambivalenza non è una novità, ma quel che non riconosce, per lo più, è la differenza sancita dal fatto che tutto ciò si inscrive nel registro del desiderio, e non della realtà. Per cui è in gioco l’intenzione non l’oggetto. Nel reale insensato del gesto ripetuto, quest’anima angosciata e inquieta è condannata a fare ciò che non si dice, ciò che non può dirsi. D’altronde dirselo aprirebbe alla rinuncia del godimento, del tornaconto (del sintomo), del controllo, profilando quella temuta libertà che in quanto stacco, dis-legame, si rappresenta come pensare e assumere l’assurdo della propria morte; assurdo per l’Io-identità che non può concepirsi, rappresentarsi, se non come essente, eterna presenza: da cui la cosiddetta angoscia di morte.

Winnicott invece, in rapporto alla tematica della morte, ci parla dell’importanza dell’oggetto transazionale: “ l’oggetto transazionale ha una fondamentale particolarità: consente all’umano di fare esperienza, questa zona intermedia fra me e non me, fra l’assenza e la presenza, fra ciò che sono e che non sono, in pratica consente all’essere umano di giocare con la morte, con l’angoscia. Se questo viene a mancare in qualche sua funzione essenziale, ciò porta indirettamente all’essere morto o ad una qualità persecutoria dell’oggetto interno. Nel momento in cui veniamo al mondo, nel momento in cui entriamo nel campo di questo grande altro noi siamo già scaraventati in un ambito che non è solo reale. Se a noi fosse sufficiente il campo della realtà, non saremmo esseri umani, avremmo la vita degli animali, il nostro rapporto con l’altro sarebbe presenza e assenza totale. Noi supponiamo che gli animali non possano elaborare l’assenza, ma solo subirla. Gli animali non muoiono, si estinguono, solo noi esseri umani moriamo psicologicamente, cioè facciamo l’esperienza di una morte, che non è necessariamente quella fisica. Quando la madre è assente, non vi è alcuna immediata modificazione, per il fatto che il bambino ha un ricordo o un’immagine mentale della madre. Se la madre è fuori per un periodo di tempo che va oltre un dato limite, misurato in minuti, ore o giorni, allora il ricordo o la rappresentazione interna svanisce. Man mano che questo ha luogo, i fenomeni transazionali diventano gradualmente privi di significato e il bambino non è in grado di viverli. Prima della perdita noi possiamo vedere l’esagerazione dell’uso di un oggetto transazionale come parte del diniego che vi sia la minaccia del suo perdere significato. Quando l’assenza della madre non viene giustificata, magari è lontana per avere un nuovo figlio, lei è morta dal punto di vista del piccolo rimasto a casa. Prima che il limite sia raggiunto la madre è ancora viva; dopo che questo limite è stato superato essa è morta. In mezzo c’è un prezioso momento di rabbia, ma questo è ben presto perduto, o forse mai vissuto; rimane sempre potenziale, e porta con sé una paura di violenza. Da qui veniamo ai due estremi, così differenti l’uno dall’altro: la morte della madre, allorchè presente, e la sua morte quando non è in grado di ricomparire e quindi di tornare di nuovo in vita. Ciò ha a che fare con un tempo situato proprio prima che il bambino abbia costruito la capacità di portare le persone a vivere nella realtà psichica interna, fuori dalla rassicurazione del vedere, sentire, odorare. 

Infine la Dolto ci parla della morte in relazione all’adolescenza, definito come un periodo in cui non si è “né carne, né pesce”, un periodo in cui si non si è più bambini ma nemmeno adulti. Chi chiamiamo adolescente manifesta spesso un’estrema assertività sulla propria ideologia, i propri gusti, le proprie crisi, vivendo un tempo in cui l’entusiasmo e l’abbattimento si susseguono a ritmo maniacale, in una mutevolezza di linguaggio, di aspetto, di abitudini e di frequentazioni di cui all’adulto sfugge il senso.La Dolto ponte l’accento soprattutto sul problema dilagante del suicidio tra i giovani. Dapprima ricorda che proprio la mitologia antica ha dato corpo ai sogni di immortalità e ai grandi interrogativi dell’uomo sulla morte dell’infanzia e sull’esperienza adolescenziale. Ha inventato e messo in scena tutte le possibili configurazioni della dolorosa iniziazione alla condizione umana. La dolorosa iniziazione alla condizione umana, sintetizza il rito di iniziazione. Castrazione, perdita: nel senso di dover accettare la grossa questione del limite. Simbolizza sempre la necessità di accettare un limite. Fantasia di onnipotenza infantile. I medici non affrontano il problema del suicidio con la parola, ma con oggetti inbitori della fantasia, i farmaci.La Dolto sostiene che si potrebbe dire all’adolescente “Sei nella peggiore età della tua vita. Se tu non pensassi al suicidio, non saresti un adolescente”. Nessun giovane può superare l’adolescenza senza pensieri di morte, dato che deve morire ad una modalità relazionale infantile: la fantastica nella forma metaforica del suicidio. Bisogna pensare alla morte del corpo per poter accedere ad un altro livello, quello del soggetto del proprio desiderio che non è fatto solo di corpo, ma di cuore e spirito. Ha bisogno di parlarne con un adulto che non si allarmi quando affronta l’argomento della morte. La morte, in tutta la sua dimensione, fa vivere. Parlare della morte è importantissimo; assistere gli adolescenti significa aiutarli a morire alla propria infanzia. L’esperienza dell’altro non serve a niente; la morte di un altro non può insegnare a morire, né la nascita di un altro può insegnare a nascere. Ciò che compromette il raggiungimento dell’autonomia del bambino è l’ansia dell’adulto: così trasmette l’incapacità, il malessere.La Dolto individua quelli che sono, secondo lei, le ragioni principali che spingono gli adolescenti al suicidio: numero crescente dei divorzi, frequente mobilità delle famiglie, uso di droghe e alcool, pressione del successo scolastico, angoscia di fronte al futuro. Possono intervenire altri fattori come la morte o il suicidio di un genitore o di un amico, lo sfruttamento dei suicidi nei mezzi di comunicazione di massa, un trauma durante la nascita. Quindi come atto preventivo per evitare questo dilagante motivo, sarebbe proprio quello di nominare la morte: il numero di bambini depressi che desiderano morire è superiore a quanto si possa pensare, proprio perchè non hanno mai occasione di dirlo. Possono manifestarlo solo con il rifiuto di stimare se stessi: il soggetto si disprezza e disprezza la persona che si prende cura di lui visto che egli stesso è disprezzabile. La fantasia di suicidio è normale, il desiderio di riuscirci è morboso. Quelli che arrivano in fondo sono convinti di essere di troppo nella famiglia. Lo scoprono al momento di questa fantasia di suicidio, in cui si misurano con la sua realizzazione. Questo atto autodistruttivo scaturirebbe da un senso di vuoto. Non è desiderato al momento del suicidio. Allora quando fantastica il suicidio, prova una specie di piacere di potenza su se stesso. Il bambino ha familiarità con la morte, la trova, ma non la cerca. L’adolescente si riempie la bocca con l’idea della morte e dell’emozione degli altri che lo rimpiangerebbero. Nell’adolescente viene vissuto come un lutto della propria infanzia, del proprio modo di essere.

Annunci
di Dr.ssa Delle Fave Alessandra Inviato su Articoli