La relazione tra la vittima e lo stalker: l’ipotesi psicobiologica

L’ottica psicobiologica evidenzia una reciproca compatibilità tra i due attori: la vittima non metterebbe in atto comportamenti che potrebbero scoraggiare l’atteggiamento intrusivo e aggressivo o addirittura, anche se in modo inconsapevole, lo provocherebbe, tant’è che si può valutare un certo grado di collusione della vittima con il suo aggressore (Bartholomew & Horowitz, 1991).

Una delle caratteristiche principali dei comportamenti degli stalker è l’impulsività, ossia un’azione messa in atto rapidamente, come immediata reazione alla stimolazione, in modo istintivo. L’impulsività consiste in un comportamento ossessivo d’intrusione relazionale e di appostamento e inseguimento analogo a quello di caccia (Boccardi, in press). L’uomo, come qualsiasi animale, porta in sé strutture cerebrali arcaiche che custodiscono gli antichi repertori comportamentali istintivi di “attacco” e “fuga”, codificati nella sostanza grigia periacqueduttale (PAG).

Tra i due protagonisti si evidenzia la polarità di attacco-fuga, intrinseca nelle strutture cerebrali di entrambi. Ciò significa che la tendenza all’attacco dello stalker sarebbe in grado di sollecitare il comportamento complementare di fuga nella vittima. Questi comportamenti, sono sopprimibili proporzionalmente alla capacità psicologica individuale e mediati cognitivamente e socialmente. Se questo non avviene e si verifica un’elevata attivazione emotiva, si manifesta il fenomeno di stalking. Entrambi i soggetti vivono uno stato mentale marcatamente negativo, con elevati livelli di attivazione e ansia. Le dinamiche instauratesi tra loro porterebbero ad una relazione di tipo simmetrico e collusiva (Bartholomew et al., 1991).

Gli estremi della polarità attacco-fuga e l’inclinazione differenziale degli individui verso un polo o l’altro vengono modulati da funzioni che si attuano nei circuiti ventromediali, le “strutture paralimbiche” connesse a quelle limbiche, più arcaiche deputate alla sopravvivenza quali l’amigdala, la grigia periacqueduttale, l’ipotalamo, lo striato che nel loro insieme permetterebbero l’inibizione del comportamento istintivo. (Boccardi, in press).

A livello frontale, a carico della corteccia cingolata anteriore, si attua un processo di segnalazione del conflitto in rapporto alle figure di attaccamento laddove vi siano casi di abuso e maltrattamento. Questo porterebbe allo svilupparsi di un potenziale patogeno, confondendo il valore reale delle figure di attaccamento successive (Vollm, Richardson, McKie, Elliot, Dolan, & Deakin, 2007).

 

Quindi in casi di stalking si verificherebbe:

  • un’azione impulsiva, associata ad uno stato di malessere con rabbia e ossessività,
  • uno sfogo rabbioso che risulterebbe dall’incapacità di sostenere la frustrazione (Cartwright, 2002),
  • questo sfogo non verrebbe inibito, a causa dell’inefficienza nel controllo delle emozioni che vengono attivate invece in modo esagerando inibendo le capacità cognitive; questo pattern psicobiologico è stato documentato anche dagli studi di Herpertz (2009) attraverso la risonanza magnetica,
  • in contemporanea il soggetto non è in grado di attribuire un giusto valore e significato agli stimoli che riceve,
  • non è capace di capire le conseguenze che possono essere determinate dal suo comportamento.

La relazione tra la vittima e lo stalker: la prospettiva della vittimologia

Nei prossimi articoli analizzerò lo stalking prendendo in esame la relazione tra lo stalker e la sua vittima e gli elementi che “giustificano” l’instaurarsi di questo rapporto patologico e il suo mantenimento nel tempo, alla luce di quattro contributi scientifici. Partiamo dalla prospettiva della VITTIMOLOGIA.

La vittimologia

Prima dell’introduzione della vittimologia (Mendelsohn, 1937, in Mendelsohn, 1980) in caso di reati di natura criminale, l’attenzione era esclusivamente rivolta all’azione criminosa o al criminale, individuando nella vittima un soggetto passivo in balia del suo aggressore. Approfondendo però le dinamiche tra i due protagonisti della relazione si è osservato che in taluni casi la vittima era in qualche parte “corresponsabile”  della propria vittimizzazione, ad esempio perché non aveva individuato i segnali di pericolo o perché aveva provocato il reo.

Lo stesso Mendelsohn, ha analizzato la responsabilità della vittima nell’azione persecutoria individuando queste tipologie di vittime:

  • vittima “del tutto innocente”
  • vittima “con colpa lieve”,
  • vittima “per ignoranza”,
  • vittima “colpevole quanto il delinquente”,
  • vittima “volontaria”,
  • vittima “maggiormente colpevole del delinquente”,
  • vittima “con altissimo grado di colpa”
  • vittima come “unica colpevole”

 

Sparks nel 1982 individua delle situazioni in cui la vittima gioca un ruolo attivo, ossia:

  • la precipitazione: la condotta della vittima incoraggia il comportamento del futuro aggressore;
  • la facilitazione, in maniera conscia o inconscia si trova in contesti a rischio;
  • la vulnerabilità: la vittima è in pericolo per una sua particolare condotta o posizione sociale;
  • l’opportunità: in quel particolare momento è una facile preda per l’aggressore.
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