La relazione tra la vittima e lo stalker: l’ipotesi psicodinamica

L’ipotesi psicodinamica prende in esame lo stile di attaccamento che si sarebbe strutturato nelle primissime fasi di infanzia in riferimento alla propria figura di accudimento (caregiver) e la patologia del narcisismo come definito dal DSM IV come Disturbo Narcisistico di Personalità, instauratosi nei primi anni di vita del bambino (Meloy, 1998).

Bartholomew nel 1990 individua un modello di attaccamento “preoccupato” in cui si manifesta la ricerca di rinforzo della propria autostima attraverso l’approvazione da parte dell’altro. Secondo Meloy (1998) il soggetto svilupperebbe delle fantasie narcististiche di legame speciale con un oggetto idealizzato basate su desideri inconsci di essere amato e di amare. Questi pensieri si strutturano ovviamente in tutte le persone, ma lo stalker non sarebbe in grado di sostenere un rifiuto e l’umilazione e la vergogna ad esso associate. Attraverso la svalutazione e il controllo dell’altro riuscirebbe a tollerare queste emozioni; mediante i contatti persecutori manterrebbe viva la fantasia di un legame indissolubile con la sua vittima. Meloy (1996) evidenzia anche la difficoltà del molestatore di elaborare il “lutto” della separazione e le persecuzioni offrirebbero la possibilità di restaurare il Sé che altrimenti rischierebbe la disintegrazione.

Nel 2006 McCutcheon, Scott, Jr.Aruguete e Parker individuarono una correlazione tra attaccamento insicuro e rischio di stalking. Nel 2005 Meloy e Fisher in uno studio sperimentale ipotizzarono che il fenomeno fosse in parte originato da uno stile di attaccamento insicuro causa dell’instaurarsi di uno stato di profonda preoccupazione, in associazione ad una percezione positiva degli altri e negativa di sé. Vi sarebbero state nella loro infanzia delle modalità genitoriali di cura inconsistenti e trascurate o esperienze di perdita precoce delle figure primarie, determinanti nell’instaurare comportamenti di attaccamento patologici e disfunzionali. Studi di Kienlen, Birmingham, Solberg, O’Regan, & Meloy (1997), su un campione di persecutori incarcerati ha confermato la perdita precoce da parte loro di una figura di attaccamento in associazione ad una nuova perdita affettiva nei sette mesi antecedenti le condotte di stalking (stressor). Kienlen (1998) ipotizza che i maltrattamenti, l’assenza emotiva e la separazione precoce abbiano contribuito allo sviluppo dei comportamenti di stalking. Questi soggetti mettono in atto numerosi tentativi per ottenere l’approvazione dell’altro ritenendosi responsabili della mancanza d’amore che percepiscono. Ciò si manifesta ancor più chiaramente di fronte a situazioni di rischio di perdita o di separazione dal partner che determinano: profondi stati di angoscia abbandonica, forte rabbia durante l’intimità e ansia elevata per paura di subire un rifiuto. Questo trova riscontro nei numerosi casi di violenza domestica e di dominanza psicologica a danno del proprio partner.  Nel caso di soggetti che invece presentano tratti narcisistici e antisociali il perseguire la vittima è funzionale a vendicarsi della vittima per il danno che il suo rifiuto ha provocato al legame narcisistico.

Una ricerca condotta da MacKenzie nel 2008 ha invece sottolineato come gli stalker, rispetto al gruppo di controllo, abbia un ricordo delle proprie figure genitoriali, in particolare relativamente a quella paterna, di mancanza di accudimento e di grande trascuratezza emotiva.

Richman, negli anni ’80 elaborò la cosiddetta teoria della “rinuncia-simbiosi” secondo la quale i soggetti che durante l’infanzia hanno vissuto un legame di tipo simbiotico con le figure di riferimento, oltre ad aver strutturato uno stile di attaccamento insicuro, hanno anche sviluppato delle funzioni egoiche insufficienti per fronteggiare le situazioni di difficoltà. Gargiulo e Damiani (2008) hanno riscontrato che la non accettazione del rifiuto sia una delle caratteristiche principali degli stalkers, associata a tratti ossessivo – compulsivi, ovvero pensieri intrusivi e inarrestabili, incentrati esclusivamente sulla vittima (visione a tunnel).

Quindi, in accordo con quanto descritto da Bowlby (1973) per i soggetti con attaccamento insicuro, ritroviamo anche nella maggioranza dei molestatori:

 

  • rabbia,
  • tendenza ad attaccarsi in modo fusionale alla figura genitoriale di riferimento,
  • ansia,
  • evitamento delle relazioni sociali con mantenimento delle distanze.

 

Un altro aspetto dell’accudimento infantile che sembrerebbe ricoprire un ruolo importante nell’instaurarsi dei comportamenti molesti è la trascuratezza emotiva, ossia l’instaurarsi di relazioni con le figure genitoriali prive di reciprocità emotiva e con la presenza invece di processi disfunzionali (Capraro & Schimenti, 2008) quali: il rovesciamento di ruolo, comportamenti volti al dominio psicologico del piccolo e l’avversione verso i tentativi di esplorazione dell’ambiente e di autonomia da parte sua. Tali forme hanno l’aggravante di essere “subdole” ossia sono definibili come forme di abuso occulte e spesso sottovalutate in quanto non portano con sé segni tangibili, ma che in realtà determinano conseguenze che perdurano e che minano la salute psico-fisica del soggetto abusato. Secondo Capraro e Schimenti (2008) la vulnerabilità del Sé dei soggetti si tradurrebbe in un’incapacità di gestire e modulare psichicamente le emozioni traumatiche, se non attraverso un meccanismo di difesa di tipo dissociativo. Questi bambini si mostrano frequentemente (Di Blasio, 2000, Bifulco, Moran, Ball, Jacobs, Baines, Bunn & Cavagin, 2002):

 

  • irati e collerici,
  • incostanti e non collaborativi,
  • con pochi affetti positivi,
  • con una bassa autostima
  • con discontrollo degli impulsi
  • con sentimenti negativi accentuati.

La relazione tra la vittima e lo stalker: l’ipotesi sistemico – relazionale

Guardando al fenomeno dello stalking in termini di “coppia” stalker-stalkizzata” possiamo, in ottica sistemico-relazionale, individuare delle caratteristiche di entrambi gli attori che spiegherebbero, in taluni casi, il persistere nel tempo di questa relazione.  In primis è necessario parlare di “inte-razione” tra due persone dalla quale nasce la relazione: nell’interscambio alcune caratteristiche individuali di ogni elemento del sistema, che al di fuori di questa nuova unità non erano emersi, si esprimono. Si viene a creare in questo modo una circolarità reciproca dove non ogni comportamento è contemporaneamente sia causa di qualcosa che effetto di qualcos’altro. Si definiscono così nel tempo delle regole del gioco intrinseche alla coppia che si fondano dall’incontro di due esperienze che hanno introiettato dei Modelli Operativi Interni (Internal Working Models, MOI, Bowlby, 1969), che si sono strutturati nelle primissime fasi di sviluppo di entrambi. Un altro elemento importante nel definire il mantenimento o meno di queste dinamiche sta nella capacità del “Sistema” di essere flessibile, ossia quanto più la complementarietà tra i due è rigida, tanto meno vi è margine per entrambi gli attori di modificare l’assetto relazionale della loro coppia. La vittima (one-down) mantiene un ruolo passivo rispetto al suo persecutore (one-up) (Watzlawick, Beavin & Jackson, 1971). Mastroberardino e Proietti Valentino (2010) hanno svolto una ricerca su un campione di vittime somministrando il Faces III versione famiglia (Olson, Portner, Lavee, 1980; Olson, 1986; 1995) e l’ Adult Attachment Scale (AAS, Hazan & Shaker, 1987), individuando che la categoria che emerge prevalentemente è quella rigida/disimpegnata e il tipo di attaccamento quello evitante. Gli autori ipotizzano di trovare in futuri approfondimenti un attaccamento di tipo ambivalente/invischiato negli stalker.

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